| Codice scheda | A32 |
| Tema | Agricoltura |
| Risorsa | Rifiuti e scarti (materia) |
| Obiettivo | Diminuzione e scarti (materia) |
| Necessità | Ciclicità materia organica e inorganica |
I sottoprogetti di rigenerazione agricola e riqualificazione boschiva avevano previsto la piantumazione di 100 alberelli all’anno per un quinquennio, poiché il trentennale abbandono dei terreni agricoli ha portato alla crescita diffusa di infestanti che hanno messo a dura prova i frutteti (80% delle essenze perse) e anche le parti marginali del bosco (perdite al 30%). Ad oggi ne sono stati piantumati circa 400, poiché due zone (parti della zona riparia dei fossi Follonica e Ravacciano e la piccola area in gestione in sinistra idraulica del medesimo) non sono state ancora riqualificate. Il bosco inoltre ospitava molti olmi affetti da grafiosi ed ancor oggi esistono vari alberi secchi, morti sul posto di varie dimensioni che vengono via via sostituiti con altre specie non attaccabili dal fungo (Ophiostoma ulmi).

L’unico materiale inorganico che entra all’interno del Parco è la plastica. Vasi di tutte le dimensioni, che possono contenere piantine per gli orti o alberelli già di qualche anno, provenienti da vivai, funzionali ai primi anni di rigenerazione. In genere i più grandi vengono riutilizzati per l’espianto stagionale di essenze da ridistribuire nel contesto del Parco, mentre i più piccoli per le sementi. Anche per l’arredo delle zone relax, la cartellonistica (e prossimamente i giochi per bambini) si è scelto materiale plastico di seconda vita che non avesse bisogno di manutenzione.
| AZIONE | Oggettistica di riciclo e uso materia di seconda vita |
Le essenze morte, ma non ancora degradate, sono state in massima parte adoperate per la salvaguardia dal dissesto idrogeologico (opere di ingegneria ambientale lungo i fossi), ma anche per la creazione di panchine artigianali o semenzai.

I vasi di piccola taglia vengono riutilizzati per i semenzai, mentre quelli un po’ più grandi ospitano gli espianti di essenze cresciute “spontaneamente” in luoghi dove è invece previsto lo sfalcio. Si tratta in gran parte di alloro, agrifoglio, roverelle, lecci e altre essenze che sono state diffuse dagli animali (caprioli, scoiattoli, etc) e che si intende far sviluppare in vaso per poi ricollocare nelle zone a margine dei percorsi (vedi scheda N11, punto e).
Arredo, cartellonistica ed elementi di separazione e protezione sono in materiale plastico di seconda vita. È questa una precisa scelta di progetto, che intende agevolare il riciclo tramite acquisto di prodotti in “plasmix” (parte residua della raccolta differenziata della plastica, ovvero quei materiali che non possono essere riciclati meccanicamente perché sono misti, contaminati o di difficile separazione. Questo materiale rappresenta una miscela di plastiche eterogenee che può essere conferita solo in discarica. Grazie alla realizzazione di queste strutture si dà una seconda vita a questo tipo di materiale che richiede manutenzione nulla, data la sua longevità).
Questo materiale rappresenta un’eccellenza toscana in quanto viene prodotto da Revet: industria leader nella gestione integrata del ciclo dei rifiuti che serve circa 200 amministrazioni comunali e oltre l’80% della popolazione toscana. Tutte le plastiche riciclate hanno un’unica provenienza: le raccolte differenziate toscane degli imballaggi leggeri. Questi arrivano nell’impianto Css (Combustibile solido secondario) di Revet che insiste nello stesso stabilimento in modo da garantire una filiera del riciclo a km zero, certificata e garantita: il Css separa gli imballaggi per tipologia di materiale e per colore e li invia all’adiacente impianto di riciclo e granulazione.
Il plasmix, derivante dal processo di selezione dell’impianto Css di Revet, viene caricato sul nastro di trasporto, inviato al trituratore e dopo un processo che consente di eliminare le impurità residue, viene prodotto il granulo che darà vita ad un materiale di seconda vita.
Il mercato delle materie prime seconde è in evoluzione, soprattutto in vista dell’applicazione della Direttiva Europea Sup (single use plastic) che mira da una parte a penalizzare l’usa e getta, e dall’altra a incentivare l’utilizzo di materie riciclate per realizzare nuovi prodotti.
Qualsiasi oggetto stampato a iniezione da Revet viene fatto a partire dai granuli ottenuti dal riciclo del plasmix: tegole leggere, pavimentazioni carrabili, fioriere, vasi, utensili per la casa, compostiere, giochi per bambini, particolari per l’edilizia, l’arredamento e l’automotive.

È un materiale particolarmente adatto al settore dell’arredo delle zone a verde, dei giochi all’aperto per i bambini e del green-gym, per più motivi: oltre al riuso, ci sono aspetti determinanti, quali la maggiore sicurezza e la minore necessità di manutenzione rispetto al materiale legnoso. Ciò non significa che il Parco non possa ospitare installazioni in legno; in particolare sono benvenute quelle autocostruite con maestria dai nostri ortisti !

Oltre a quanto detto in precedenza, una corretta gestione della materia organica all’interno del Parco agricolo non può prescindere da una approfondita analisi e ripristino delle cultivar autoctone.
| Codice scheda | A14 |
| Tema | Agricoltura |
| Risorsa | Terreni |
| Obiettivo | Rigenerazione |
| Necessità | Mantenimento delle cultivar autoctone |
Logiche di mercato che agevolino prodotti di bell’aspetto, non riproducibili e/o di più facile consumo (esempio: senza semi) non possono aver senso per progetti quale quello del Parco agricolo delle Mura/Buongoverno. In tale contesto si intende casomai ripristinare/valorizzare aspetti paesaggistici connessi alla storia medievale delle valli, recuperando ove possibile le cultivar originarie. Nei molti ovvi casi in cui non sia possibile arrivare così indietro nel tempo, si intende comunque privilegiare prodotti tradizionali del territorio. Coltivare le piante tipiche di un territorio, (piante autoctone) è importante per diversi motivi, tra cui la conservazione della biodiversità, il sostegno agli ecosistemi locali con conseguente riduzione della necessità di interventi esterni e l’adattabilità delle specie alle condizioni climatiche dell’area geografica interessata. Stare ai margini delle logiche di mercato e privilegiare specie autoctone significa anche rendersi in buona parte indipendenti dal mercato delle sementi. Ciò è difficile in quanto prevale ormai da decenni il modello industrializzato della produzione di prodotti agricoli nati dai “semi terminator”: modificazione genetica effettuata per rendere sterili i semi delle piante.
In un’ottica di circolarità, solitamente il seme è sia un mezzo di produzione che un prodotto: serve a produrre le piante che daranno i loro frutti ma, anche ad ottenere i mezzi di produzione per la stagione successiva.
Con la tecnologia del seme terminator, però, il ciclo di rigenerazione è sostituito da un flusso di sementi gratuite dall’agricoltura verso i laboratori di ricerca delle grandi aziende che poi riportano questo flusso, modificato e a pagamento, all’agricoltura.
Questa tecnologia, da un lato evita che semi di piante indesiderate possano spargersi sul territorio in modo incontrollato e, dall’altro, fa sì che chi compra dei semi da un’azienda non possa ripiantarli alla semina successiva, così da assicurare il pagamento dei diritti di proprietà intellettuale. Così facendo, la biodiversità viene purtroppo trasformata da risorsa rinnovabile a risorsa non rinnovabile.
La questione del controllo delle sementi, e quindi del cibo che mangiamo, è un problema sempre più urgente nella filiera agroalimentare contemporanea.
Il 63% del mercato delle sementi e il 75% di quello degli agrofarmaci è concentrato nelle mani di tre multinazionali (Bayer, Chem China e DowDuPont).
È evidente che a queste condizioni, milioni di agricoltori nel mondo sono sottomessi alle decisioni di queste aziende, che dettano le regole del mercato di vendita di tutto quello che tecnicamente serve per coltivare e per allevare. Una concentrazione di potere che mette a rischio non solo la sovranità alimentare di ogni singolo Paese, ma la stessa biodiversità agricola e la nostra libertà di scelta come consumatori.
La sovranità alimentare è il diritto degli individui e delle comunità a un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi socialmente giusti, ecologicamente sani e sostenibili, e il loro diritto collettivo di definire le proprie politiche, strategie e sistemi per la produzione, distribuzione e consumo di cibo.
| AZIONE | Indipendenza sementi (no-ibridi) con sviluppo di semenzai |
Quindi, sia gli orti biodinamici che quelli semplicemente biologici sono forniti di semenzaio. Ve ne sono di vario tipo. Per gli orti biodinamici si è scelto il “letto caldo”, per gli altri orti ve ne sono sia a terra che fuori terra, di rialzati (per gli “orti accessibili”) e di inclinati. Per tutti si è scelto di usare materiale di seconda vita.

L’indipendenza totale per le sementi non è stata ancora raggiunta, e riguardo alle specie autoctone si sono dovuti accettare alcuni compromessi chiesti dai primi utenti. Per non compromettere il carattere sperimentale dell’esperienza “pilota”, in due orti ci siamo comunque imposti regole ferree. A regime vorremmo che custodi del ciclo delle sementi fossero soggetti diversamente abili; a riguardo ci stiamo impegnando per rendere accessibile il semenzaio rialzato più grande.
Questa pratica virtuosa ha l’obiettivo di aumentare l’economia circolare del Parco, insieme alla ciclicità dei nutrienti necessari per una corretta agricoltura sostenibile.
| Codice scheda | A31 |
| Tema | Agricoltura |
| Risorsa | Rifiuti e scarti (materia) |
| Obiettivo | Diminuzione e ciclicità |
| Necessità | Ciclicità nutrienti |
Quello del Parco multifunzionale a matrice agricola è senz’altro uno degli ambiti in cui è più facile applicare la logica dell’economia circolare. Per alcuni limitati aspetti il Parco può anzi aiutare nella “chiusura del ciclo” di altri ambiti locali. Tutti gli “scarti” prodotti all’interno del Parco possono essere riciclati al suo interno, e senza far ricorso a tecnologie costose. Possono essere “ospitati” scarti organici provenienti da luoghi conosciuti e/o che abbiano subito trattamenti certificati.
Si producono essenzialmente scarti vegetali (per il trattamento di quelli liquidi, prodotti in maniera molto ridotta, si sta cercando di attuare una piccola sperimentazione che prevederebbe di ottenere un concime liquido riusabile in agricoltura).
| AZIONE | Compostaggio, semenzai a “letto caldo” e arricchimento suolo |
Gli scarti vegetali vengono compostati all’interno di apposite campane poste ai margini delle zone ad orto e il compost prodotto viene riutilizzato dagli ortolani dopo una maturazione ciclica di circa tre anni.

Alcuni semenzai possono ospitare materia organica proveniente dall’esterno (“letto caldo”: sterco equino e ovino). L’ortolano, soprattutto se in fase di avvio, può decidere di arricchire i terreni coltivati con ammendante certificato per coltivazioni biologiche o con il compost certificato di Sienambiente (società che opera nel ciclo integrato dei rifiuti gestendo gli impianti di selezione, valorizzazione, compostaggio e recupero di energia da rifiuti, attiva nell’ambito dell’economia circolare e nella produzione di energia da fonti rinnovabili), prodotto dalla raccolta differenziata della frazione organica provinciale.
Il compost di Sienambiente è stato adoperato dopo la fase iniziale di coltratura e fresatura per la riattivazione degli appezzamenti di terreno che sono stati inattivi da decenni, e durante la piantumazione di nuovo alberelli da frutto.
Eventuali altri nutrienti per gli orti non arrivano mai in confezioni plastiche.
Negli orti sinergici non è permesso l’arricchimento del terreno.
L’economia circolare degli orti in valle di Ravacciano
Secondo la definizione della Ellen MacArthur Foundation, in un’economia circolare ci sono due tipologie di flussi di materiali: il ciclo tecnico e il ciclo biologico. Nel ciclo tecnico, i prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi quali il riutilizzo, riparazione, rifabbricazione e riciclaggio. Nel ciclo biologico, i nutrienti dei materiali biodegradabili vengono restituiti alla Terra per rigenerare la natura.
Adoperando la raffigurazione della Ellen MacArthur Foundation, si definiscono i due cicli degli orti in valle di Ravacciano nel diagramma a farfalla per comprendere cosa si è fatto e cosa si può fare per rendere questo progetto davvero circolare, ovvero in grado di rigenerarsi da solo minimizzando i rifiuti prodotti.

Per quanto riguarda le risorse rinnovabili, sono state individuate le seguenti risorse, gestite in modo differente: canna comune e bamboo, acqua e semi/piantine.
Le canne rappresentano effettivamente l’unica risorsa gestita in maniera rinnovabile in quanto nascono spontaneamente nel canneto della valle di Ravacciano e vengono utilizzate come supporto per le piante a crescita indeterminata (come pomodori, peperoni e melanzane) e riutilizzate per le annate future. Nel caso in cui la loro resistenza venisse meno, si degraderebbero al suolo restituendo i nutrienti alla terra che le ha prodotte. La risorsa essenziale senza la quale gli orti non potrebbero esistere è l’acqua. L’uso responsabile di questa risorsa è un obiettivo non negoziabile del progetto Rigenerar_Si: ottimizzare l’uso della risorsa idrica ha richiesto azioni di: minimizzazione dei consumi, recupero e riuso della risorsa e immagazzinamento. In particolare sono stati realizzati sistemi di irrigazione a risparmio idrico, di recupero delle acque meteoriche e di trattenimento e immagazzinamento della risorsa idrica (vedi scheda A22).
Passando all’acquisto delle piantine, ogni anno alcuni ortolani decidono di acquistare le piantine dai vivai locali; altri, più esperti, invece, riescono a rendere la pratica orticola veramente circolare utilizzano i semi prodotti dalle piante della stagione precedente per generare nuove piantine, grazie all’utilizzo dei semenzai.
Questa pratica permette sia alle piantine di essere veramente rinnovabili che agli ortolani di svincolarsi dalle emissioni (prodotte per l’acquisto e il trasporto nel campo delle piante e dei semi) e dai rifiuti (confezioni e vaschette in plastica o polistirolo) che, seppur prodotti in minime quantità, non vengono riciclati direttamente e rappresentano gli scarti che stagionalmente vengono prodotti assieme alle emissioni di CO2. L’autoproduzione di ortofrutta, inoltre, annulla gli scarti di packaging (imballaggi di cartone e plastica) che altrimenti verrebbero generati dall’acquisto in qualsiasi punto vendita alternativo.
Produrre secondo questa modalità, poi, ha effetti positivi anche sulla cura di questi prodotti e permette l’azzeramento degli scarti, in primo luogo perché anche quando l’ortaggio o il frutto è imperfetto, viene comunque consumato eliminando la parte danneggiata (cosa che non avviene nei supermercati dove il prodotto deve soddisfare parametri dimensionali ed estetici per essere messo in commercio, altrimenti finisce nello scarto).
In secondo luogo, si impara a dare molto più valore a ciò che si è prodotto rispetto al valore che si è soliti dare al cibo acquistato che viene riconosciuto solo come merce.
L’autoproduzione, inoltre, aumenta il consumo di alimenti freschi e non processati con positive ricadute sulla salute.
I materiali finiti (non rinnovabili) individuati sono: tagliaerba, attrezzi per la campagna, cordino per legare le piante alle canne e tubo per l’irrigazione.
Per quanto riguarda l’utilizzo del tagliaerba, si cerca di utilizzarlo in maniera efficiente evitando lo sfalcio nelle aree non idonee alla coltivazione e in altre aree definite, affinché possano essere mantenute integre per la tutela della biodiversità (vedi scheda N14); questo, inoltre, permette un consumo di carburante e un ammortamento minimo del tagliaerba che verrà così riutilizzato per i prossimi anni. Gli attrezzi che vengono utilizzati per la vangatura, messa a dimora delle piantine e ripulitura del campo (zappe, rastrelli e palette), hanno durata pluridecennale.
E’ possibile svincolarsi dall’utilizzo di mezzi di trasporto privati per l’acquisto delle piantine rendendo la loro produzione circolare (raccogliendo e conservando i semi dagli ortaggi per la piantumazione dell’annata successiva).
Per rendere maggiormente fertile il terreno, poi, andrebbe apportato sul campo letame bovino da un allevamento locale, poiché in questa valle al momento si è deciso di non introdurre animali. C’è infatti una quota di nutrienti che ogni anno se ne va con il raccolto dei frutti. In assenza di questo apporto, soltanto nel caso in cui anche le deiezioni umane ritornassero nel suolo, verrebbe davvero assicurata la chiusura del ciclo. Questo obiettivo, nello specifico, potrebbe essere realizzato installando una toilette sèche nei pressi dell’orto, ipotesi in corso di valutazione. Un altro materiale non rinnovabile utilizzato per legare le piante alle canne è il tubino antigelo in PVC che, anche se riutilizzabile per le annate successive, rappresenta un altro componente che vincola la pratica orticola all’utilizzo di combustibili fossili. È stato in parte sostituito con il cordino in canapa, sicuramente più sostenibile e facile da degradare nel caso in cui fosse disperso sul campo di lavoro, ma anch’esso non rinnovabile. Una soluzione da adottare in futuro potrebbe essere sostituire l’uso dei cordini con piante a stelo lungo e fibroso. L’ultimo materiale analizzato è il tubo per l’irrigazione che, realizzato in PVC, permette il suo utilizzo pluridecennale.
Queste pratiche, adottate in maniera integrale, potrebbero davvero far sì che l’orto possa rigenerarsi da solo senza l’apporto di materiali inquinanti e non rinnovabili dall’esterno o comunque, diminuire progressivamente i rifiuti. Questo permetterebbe all’economia del progetto di chiudere il ciclo come avviene da sempre in natura.
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