| Codice scheda | N12 |
| Tema | Naturalità |
| Risorsa | Terreni |
| Obiettivo | Riqualificazione |
| Problema | Corsi d’acqua degradati e fauna invasiva |
Le altre zone naturali degradate della valle pilota facevano parte della vegetazione ripariale (l’insieme delle piante che crescono lungo le sponde dei corsi d’acqua, come fiumi e torrenti. Queste formazioni vegetali, che includono alberi, arbusti ed erbe, svolgono un ruolo fondamentale per l’ecosistema fluviale e per la qualità dell’acqua e del territorio circostante). Il maggior problema erano le alberature morte cadute all’interno del fosso, che poi le correnti avevano trasformato in detriti vegetali che finivano per accumularsi a valle, chiudendo il lume del ponticello di attraversamento di Busseto. Inoltre, parte della sponda in terra smossa e scoperta lasciata libera dalle alberature morte, era stata scavata delle nutrie che l’avevano resa ancor più instabile.
Nell’intervenire in questi ambiti bisognerebbe avere la massima attenzione, ma purtroppo gli interventi effettuati sono stati spesso invasivi. Genio Civile e Consorzio di Bonifica (enti pubblici che si occupano della gestione, manutenzione e realizzazione di opere idrauliche e di bonifica del territorio, con lo scopo di garantire la sicurezza idraulica, la difesa del suolo e la valorizzazione delle risorse idriche; svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione di calamità naturali, come alluvioni e dissesto idrogeologico, e nella gestione delle acque a fini irrigui), con un mal interpretato intento di messa in sicurezza idraulica, hanno a volte sovradimensionato di troppo gli interventi.
Il Genio Civile intervenne ad inizio millennio a seguito di una frana provocata dallo scalzamento per forte pioggia, lungo un piccolo fosso affluente in sinistra idraulica del fosso Ravacciano, dell’apparato radicale di un albero enorme, che cadendo si portò dietro l’intero pendio. Nella zona sottostante passa il collettore fognario, che fu tranciato in due. Tutto quanto di peggio poteva accadere, era però oramai accaduto. La geomorfologia della zona era totalmente cambiata, ed aveva assunto un profilo di stabilità. Ciononostante, la paura degli Amministratori e dei tecnici ed il disagio del collettore spezzato furono tali che decisero di fare un intervento completamente fuori scala: una incomprensibile gabbionata a tre livelli lunga duecento metri che ha sepolto le diffuse emergenze storico architettoniche medievali ivi presenti.

Circa un decennio dopo, sempre il Genio Civile, dovette rimettere mano ad un pezzo di gabbionata franato (per il sottostante cedimento della volta del canale medievale che portava le acque dal fosso Riluogo), ed intervenne anche nella parte subito a valle della gabbionata, questa volta con tecniche di ingegneria ambientale (pali a retta e biostuoia preseminata), con un intervento perfetto, tanto che nel tempo a valle della gabbionata si sono ripristinate le caratteristiche ambientali originarie, ed oggi è una della zone di maggior pregio ambientale della valle.
Poco dopo, ancora più a valle, intervenne il Consorzio di Bonifica. A parziale discolpa di questo Ente, c’è da dire che la situazione era decisamente complessa. La vegetazione aveva creato una sorta di tunnel lungo il ruscello: sembra di entrare in una giungla. Un “disordine” incredibile, con alto grado di biodiversità. Era impossibile comprendere se le sponde avessero o no bisogno di un intervento; quindi qualcosa doveva essere fatto, sebbene fosse palese che il Fosso di Ravacciano non costituisse alcun pericolo idraulico, e che fosse quindi idoneo a mantenere una certa naturalità. Si propese però per un intervento radicale, il “tunnel” fu rimosso completamente con le ruspe e il letto del fiume rimase completamente scoperto. Subito si innescarono processi di instabilità idrogeologica, con un paio di frane del ciglio di sponda. Il fondo del ruscello, sotto la luce diretta del sole, si ricoprì di alghe e rimase completamente privo di vita animale. Poi negli anni successivi la situazione è un po’ migliorata, sebbene lungo le sponde la robinia abbia prevalso facilmente nei confronti di salice, pioppo e ontano, che non si sono più ripresentati naturalmente.

| AZIONE | Per gli Ambiti fluviali: 1. ripristino corridoi ecologici post primo intervento CdB 2. parziale rinaturalizzazione di opere idrauliche (gabbionate) 3. ingegneria naturalistica per il recupero del dissesto di sponda 4. protezione dei manufatti di sponda dai roditori |
- Per ripristinare i corridoi ecologici lungo il fosso c’è voluto un lustro. Il Consorzio di Bonifica per norma regionale, deve intervenire con scadenze regolari, ogni 10 anni nel Fosso Ravacciano, per la manutenzione e la gestione delle opere. Questi interventi possono essere di natura ordinaria, come la pulizia dei canali e il controllo degli impianti, o straordinaria, come la realizzazione di nuove opere o la ristrutturazione di quelle esistenti. Dieci anni fa il Consorzio di Bonifica non era pronto a comprendere e gestire contesti dove è necessario garantire elevati livelli di naturalità. Adesso che dovrà intervenire di nuovo, si spera di poter avere voce in capitolo, concordando i lavori da fare. L’abbattimento della vegetazione autoctona ha fatto fare capolino anche l’ailanto, sempre pronto a colonizzare spazi lasciati vuoti. È quindi in corso la riduzione delle aliene e il ripristino delle autoctone. Il Consorzio di Bonifica dovrà limitare i suoi interventi alla risoluzione delle problematiche idrogeologiche di sponda con tecniche di ingegneria ambientale, trovando poi un accordo con il volontariato per la gestione dei fossi di Follonica e Ravacciano, che palesemente non costituiscono alcun pericolo idraulico.
Alveo del fosso di Ravacciano post secondo intervento del Consorzio di Bonifica (settembre 2025) - Più a monte, è indubbio che lungo i 200 metri di gabbionate ogni tipo di erosione fosse stata bloccata, ma ciò nel tempo portò al totale cambiamento del profilo idrologico del fosso Follonica affluente, che, da valle a monte, entrò in forte erosione, fino ad intaccare la base di appoggio del ponticello lungo via B. Peruzzi, che dunque pochi anni fa iniziò a cedere, con forte danno economico per il ripristino della stabilità. Tutti errori e accadimenti a fronte dei quali l’estetica delle gabbionate è certamente un problema secondario, che però conviene risolvere, cercando soprattutto di mettere in sicurezza il prossimo passaggio delle persone, poiché al momento chi si dovesse affacciare al bordo potrebbe cadere facendosi molto male. L’idea è di far radicare qualcosa di diverso dal rovo, che si è completamente impossessato della zona, e di affiancare le piante con una staccionata. Verrà discussa con il Consorzio di Bonifica l’idea e l’eventuale scelta delle essenze più opportune.
- Sono da risolvere due frane, una nel Fosso di Ravacciano e una in quello di Follonica. La prima si è innestata a seguito della totale rimozione della copertura arborea fatta dal Consorzio di Bonifica, e si è poi ancor più evoluta a causa di gruppi di cinghiali che hanno trovato un’ottima situazione per creare il loro insoglio (pozza di fango che i cinghiali usano per rinfrescarsi e liberarsi dai parassiti). La seconda si creò a seguito della creazione di un piccolo manufatto su una sponda, poi franato, costringendo le acque a scavare progressivamente la riva opposta. In entrambi i casi dovranno intervenire o il Consorzio di Bonifica o il Genio Civile (organo periferico dello Stato italiano, con competenze a livello regionale e provinciale, che si occupa della verifica e della supervisione delle opere pubbliche e private per assicurarne la conformità alle normative vigenti. Il suo ruolo è fondamentale per la sicurezza e la corretta esecuzione di progetti edilizi e infrastrutturali). Probabilmente andrà riportato materiale e bloccato il pendio con stuoia seminata (salice/pioppo). Questa fu la soluzione applicata dal Genio Civile poco più di un decennio fa in una diversa zona a monte, risolvendo pienamente il problema, e nel tempo si è creato un ambiente sano e molto bello dal punto di vista naturalistico.
- Gli animali, per i loro cunicoli e tane, preferiscono gli argini privi di copertura vegetale, perché costituiti da terra rimossa e priva di radici. In particolare le nutrie e le talpe apprezzano i pendii in frana privi di vegetazione, contribuendo ad un loro ulteriore indebolimento. Le nutrie sono state in buona parte catturate dall’ATC (Ambito Territoriale di Caccia: organismo che si occupa della gestione dell’attività venatoria e della fauna selvatica in un determinato territorio, migliorando l’habitat e tutelando l’ambiente), mentre le talpe si cerca di allontanarle con vari tipi di dissuasori, con risultati altalenanti: la migliore soluzione è stata l’arrivo di alcuni gatti randagi.
| Codice scheda | A22 |
| Tema | Agricoltura |
| Risorsa | Acqua |
| Obiettivo | Ottimizzazione: gestione e qualità |
| Problema | Il cambiamento climatico |
La riqualificazione dei corsi d’acqua ha anche evidenziato la necessità di ripensare all’utilizzo della risorsa acqua in valle per una sua migliore gestione. L’adattamento del nostro territorio ai cambiamenti climatici è quindi la sfida che ci dobbiamo porre per i prossimi decenni.
Come già accennato nella scheda A21, circa venti anni fa due fonti minori della valle di Ravacciano (punti 1 e 2 in figura A22_a) sono state isolate dal sistema dei bottini. L’acqua che prima fuoriusciva da esse si riversa adesso nel fosso di Follonica esterno (o fosso Baldassarre, come impropriamente catalogato in alcuni archivi della Regione Toscana). Da allora a questo problema si è andato a sommare l’evidente cambiamento del microclima locale, in parte dovuto senz’altro al progredire del riscaldamento globale.


Una delle conseguenze del cambiamento climatico riguarda le anomalie nella piovosità.
In particolare, in Toscana, negli ultimi anni, si sono verificate significative anomalie nella distribuzione delle precipitazioni, con un aumento della variabilità tra anni molto piovosi e anni secchi. Si notano periodi di forte siccità alternati a ondate di maltempo con eventiestremi, come alluvioni. L’aumento delle temperature e la variabilità delle precipitazioni pongono quindi sfide notevoli per la gestione delle risorse idriche.

Circa trenta anni fa l’abbandono e la conseguente mancata gestione del flusso in uscita dai punti terminali dell’acquedotto medievale, con dispersione in falda, aveva fatto sì che si creassero zone eccessivamente umide nelle stagioni intermedie, ma irrigabili “a caduta” nella stagione estiva. Poi la combinazione delle due problematiche (climatica e isolamento dai bottini) ha fatto sì che le zone coltivabili di valle, si ritrovassero in una situazione senz’altro migliore nelle stagioni intermedie, ma con carenza di risorsa idrica durante l’estate. Andando verso valle, la successiva emergenza di acqua (punto 3 in figura A22_a) è dovuta a una falda “povera” (costituita da sabbie), ma morfologicamente ben circoscritta e ben captata, e quindi utilizzabile per una scarsa ma costante ricarica della storica fonte. Si prosegue poi con un’emergenza di scarsissima portata (punto 4 in figura A22_a), però “perenne” e quindi (appena) sufficiente per irrigare le nuove piante del frutteto recentemente “rigenerato”. L’origine delle sue acque andrebbe studiata meglio, ma anch’essa si rifà al sistema dei poderi, che erano appunto alimentati dalle terminazioni finali dei bottini. In particolare questa sembrerebbe essere una vecchia derivazione della Fonte di Santa Chiara. Anche la successiva emergenza (punto 5 in figura A22_a), di recente scoperta, è perenne. L’origine delle acque è sconosciuta, e al momento si ipotizza un diverso ramo proveniente dalla Fonte di Santa Chiara.
Per la gestione delle acque di quest’ultima emergenza (ex zona palustre) si è optato per una zona umida controllata (un grosso stagno profondo meno di mezzo metro, che ha fatto riesplodere la locale biodiversità), visto che si trova distante dalle zone agricole rigenerate.
Le due valli trasversali a quella di Ravacciano hanno risentito esclusivamente del cambiamento di microclima locale. Sono diminuite l’eccessiva umidità e le gelate invernali in numero e intensità (quotidiane fino a venti anni fa, si contano oggi in un anno sulle dita di una mano). Questo cambiamento ha avuto un effetto positivo sulle olivete e sui frutteti che si trovano ai loro margini, ma c’è da chiedersi cosa possa succedere nel prossimo decennio se poi i giorni siccitosi estivi dovessero aumentare con analogo ritmo di anno in anno.
Da quanto finora scritto, ed in base alle iniziali previsioni di rigenerazione agricola (figura A22_b) delle aree abbandonate della valle di Ravacciano (che sono le aree in destra idraulica, oggi in gestione a Legambiente) risulta quindi che, per la valle di Ravacciano:
– i frutteti avrebbero potuto contare su sufficienti e vicine riserve d’acqua;
– gli orti avrebbero rischiato di andare in crisi già quando si fosse arrivati a svilupparne la metà di quelli in progetto;
per le due vallecole ad essa trasversali:
– le olivete e i frutteti dei pendii si trovano per adesso in una buona situazione di equilibrio, ma era necessario prevedere connessioni idriche e risorse per eventuali irrigazioni di emergenza, probabilmente necessarie con l’aumento dei periodi siccitosi;
– per le zone di valle, non potendo disporre di ulteriori risorse idriche, non si può immaginare una rigenerazione ad orto, e quindi vanno pensate colture stagionali che non temono eventi estremi (siccità e gelate), o in ultima ipotesi, conviene pianificare un cambio di destinazione agevolando il progressivo avanzamento della vegetazione dalla confinante zona boschiva (food forest).
| AZIONE | Basso consumo, recupero e immagazzinamento |
Il progetto di rigenerazione agricola poteva quindi prevedere una delle due seguenti scelte:
– attingere l’acqua dai due fossi di Follonica e Ravacciano (la più semplice, ma richiede l’autorizzazione della Regione);
– ottimizzare al massimo gestione ed uso di tutte le risorse idriche disponibili (la più sostenibile, ma che non esclude comunque una futura necessità di far riferimento anche all’altra scelta).
Poiché la pratica della sostenibilità è obiettivo non negoziabile del progetto Rigenerar_SI, la scelta è di escludere fin quando possibile l’attingimento dai fossi. Accade infatti che tutti i terreni in sinistra idraulica (ossia quelli non gestiti dalla capofila del raggruppamento) già attingano acqua dai fossi, e continuare in tal senso potrebbe ridurre eccessivamente la portata estiva del fosso.
Ottimizzare l’uso della risorsa idrica ha richiesto azioni di: minimizzazione dei consumi, recupero e riuso della risorsa, e immagazzinamento. In particolare:
a – sistemi di irrigazione a risparmio idrico;
b – recupero acque meteoriche e acque reflue;
c – sistemi di trattenimento e immagazzinamento, sotterranei meglio che superficiali (rimpinguamento falda idrica, serbatoi sotterranei e piccoli laghetti/stagni).
Nel dettaglio, rispetto ai punti precedenti:
a – Per il sistema di irrigazione si sono scelti impianti goccia a goccia, con flusso attivato sia a caduta che in pressione gestita, a seconda della presenza stagionale di acqua (vedi punto c). Le dorsali degli impianti sono costituite sia da infrastrutture secolari (canalette in laterizi, ove è stato possibile un loro recupero) che recenti (tubazioni in polietilene). Sistemi di irrigazione permanente sono stati sviluppati sia nella valle principale che in quelle trasversali (figura A22_b).
b – La pioggia viene recuperata direttamente dalle coperture delle strutture poderali e dai manufatti agricoli minori (tettoie, ricoveri, etc), convogliandola in moderni serbatoi e antiche cisterne e vasche. Le piogge in eccesso (ossia dopo aver riempito serbatoi e cisterne) vanno ad alimentare quelle infrastrutture medievali (“bottini”) limitrofe ai poderi, che si è detto essere state recentemente (e inspiegabilmente, perché avevano la funzione di regolare l’erogazione della risorsa idrica nelle varie stagioni) disconnesse dal resto dell’acquedotto medievale. Adesso questa funzione viene svolta dai serbatoi, ma è in corso uno studio per ripristinare le antiche funzioni. Sembra infatti che il sistema medievale connettesse i “bottini” con le antiche cisterne tramite un sistema a coppi rovesci (figura A22_??).
L’uso delle acque reflue è derivato più da una necessità di smaltimento che da effettiva necessità di risparmio idrico. La risorsa recuperata sarebbe infatti bastata a malapena per l’irrigazione di un paio di orti. La finalità è quindi solo testare la bontà di questa pratica. Sebbene le acque escano dal sistema in classe 4, non vengono usate per irrigazione a pioggia, ma solo per tenere umido il terreno di una ristrettissima zona, evitando il contatto con foglie, fiori e frutti.
c – Come detto esiste un sistema di immagazzinamento naturale, una falda idrica “povera” costituita da sabbie e “chiusa” a valle da argille. Le emergenze idriche si trovano quindi tutte lungo il contatto sabbie-argille. Fino a circa 20 anni fa (2004) la falda era sovralimentata dall’ultimo tratto dei bottini, poi parzialmente disconnesso dal resto del sistema interno alle mura. Tutte le fonti erano perenni, mentre oggi lo sono solo quelle in zone non disconnesse (in particolare, Fonte di Santa Chiara ancora attiva, Fonte di Follonica disconnessa a seguito dei lavori di restauro).
Si è pensato allora di favorire il rimpinguamento della falda, usando i pozzi (“esauriti”, ossia che oramai non avevano più pescaggio, essendosi a monte la falda abbassata di circa 5 metri) come sink (punti di immissione) invece che come source (punti di prelievo). Tubi posti nei fossi di raccolta delle acque bianche le convogliano in falda ogniqualvolta le piogge siano abbastanza abbondanti da superare una determinata soglia (figura A22_??). E’ stata un’ottima scelta. Dopo questi ultimi due decenni il livello di falda (che al contatto di valle con le argille, dopo l’uso estivo, ritornava, a fine stagione piovosa, al massimo circa un metro sotto il livello di sfioro “storico”) è risalito, tornando anche raramente a sfiorare, dopo un buon numero di giorni di piogge persistenti.
In una zona molto vegetata e completamente ombrosa si è invece deciso di immagazzinare l’acqua in superficie. La zona, dove le acque dei punti terminali dei bottini e quelle bianche andavano a disperdersi, era palustre, in estate con solo fango e niente acqua. Essendoci anche la necessità di fare un’area relax lì vicino, abbiamo deciso di creare una sorta di stagno “gestito”, con altezza d’acqua di poche decine di centimetri. L’acqua non viene utilizzata per le colture, ma serve a fauna e flora locale. Tale lavoro, per un paio di anni, ha portato a buoni risultati: sembrava raggiunto un buon equilibrio (era diminuita la presenza di zanzare e si era differenziata la vegetazione). Anche dal punto di vista estetico si era riusciti a raggiungere ottimi risultati.
Poi, una delle essenze introdotte si è dimostrata invasiva (la tifa) e ha completamente alterato l’equilibro dello stagno. La sua rimozione è molto problematica per cui stiamo pensando di rifare completamente il lavoro.


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