| Codice scheda | A12 |
| Tema | Agricoltura |
| Risorsa | Terreni |
| Obiettivo | Rigenerazione |
| Problema | Monocoltura anni ‘60 |
Il paesaggio storico di Siena (per paesaggio storico si fa riferimento a quelle categorie di paesaggi culturali che rappresentano il risultato combinato del lavoro dell’uomo e della natura), che per diversi secoli è rimasto pressoché inalterato, subisce evidenti modifiche durante gli Anni ’60 dello scorso secolo, in particolare negli anni del boom economico. Con l’ingresso negli anni dello sviluppo economico e industriale, anche Siena ha sicuramente mutato il suo aspetto ed il suo fabbisogno, mentre la produzione alimentare locale lasciava sempre più spazio alla grande distribuzione. Questo fenomeno porta progressivamente alla scomparsa della maglia fitta ortiva presente fino ad allora nelle valli verdi, fino al totale abbandono di ogni tipo di coltura. Invece, nelle aree aperte produttive, si registra una diminuzione della parcellizzazione del tessuto agricolo a favore di una sua riconversione a seminativo industriale.


In quegli anni, infatti, in Italia si sono volute scimmiottare le politiche di sviluppo agricolo statunitensi e russe, senza rendersi conto che sia le condizioni morfologiche che la consistenza fondiaria degli appezzamenti rendevano impossibile un’analoga produttività (se non in pochissime realtà, come la pianura Padana). Nel periurbano del capoluogo, la pratica della monocoltura (travolta da tecnologia e nuove logiche di mercato) resse meno di un decennio, evidenziando l’impossibilità di raggiungere una benché minima sussistenza. Questa pratica ha portato viceversa ad una notevole perdita di biodiversità, solo parzialmente recuperata nei successivi decenni di abbandono grazie al fatto che alcune cultivar locali si erano talmente ben adattate da divenire endemiche, sebbene fossero state quasi soppresse (vitigni, susini, meli, peri, ciliegi che danno sani e buoni frutti, ma oggi fuori mercato per pezzatura, forma, presenza di macchie).
E’ quindi necessario agevolare il recupero di una tipologia di biodiversità che negli ultimi decenni è stata abbandonata a favore di una scarsa e differente biodiversità tramite pratiche volte alla produzione di tipo industriale.
| Azione | Recupero della biodiversità tramite nuove pratiche e specie autoctone |
Nella zona della Valle “pilota” di Follonica/Ravacciano sottoposta a Patto di collaborazione (il 17 Novembre 2017 il Comune approva un “Patto di collaborazione” per la rigenerazione della prima valle del Parco delle Mura) l’indirizzo da perseguire diventa quello dell’adozione di tecniche di coltivazione biologica. Nell’ottica della sperimentazione si è però inteso di andare oltre, introducendo alcune tecniche biodinamiche (approccio olistico che mira a creare un equilibrio tra l’agricoltura, l’ambiente e la salute umana, evitando l’uso di prodotti chimici di sintesi) e lasciando valutare ai soci degli orti sociali l’opportunità di cimentarsi.
La prima sperimentazione di “orto sinergico” (metodo di coltivazione che punta alla collaborazione tra le piante e l’ecosistema del terreno, minimizzando l’intervento umano. Si basa sull’idea che un orto autosufficiente possa funzionare al meglio se si imitano le dinamiche naturali, senza arature, concimi chimici o pesticidi) ha mostrato vantaggi e limiti della biodinamica. Riguardo al recupero della biodiversità è indubbio che l’orto sinergico costituisca una buona pratica.
Ad esempio, il far andare a seme una parte delle piante, direttamente su un terreno che non verrà rilavorato crea uno dei presupposti perché una specie si diffonda. Anche l’alta variabilità di essenze in spazi ristretti è di per sé indice di diversità. Gli impollinatori sono fortemente attratti da questa tipologia di orto, che prevede anche una presenza diffusa di piante aromatiche.
Le NBS orientate al recupero della biodiversità ovviamente non interessano il solo tema “Agricoltura”, ma in modo ben più consistente la “Naturalità”.


| Codice scheda | N14 |
| Tema | Naturalità |
| Risorsa | Terreni |
| Obiettivo | Rigenerazione |
| Necessità | Incremento della biodiversità |
L’abbandono più che trentennale dell’agricoltura in valle (scheda A11) ha favorito la crescita di piante invasive/infestanti quali il rovo, l’edera e la vitalba, incluse piante aliene come l’ailanto (l’ailanto, o albero del paradiso, originariamente importato dalla Cina come nutrimento per il baco da seta ma ormai diffusissimo in moltissimi parchi urbani e boschi misti).
Con specie aliena si intende una specie, vegetale o animale, che vive in un habitat al di fuori del suo solito areale. Di per sé, una specie aliena può non dare problemi alla biodiversità, fintantoché non sopraffà le altre specie competendo per le risorse ambientali. Ci sono però casi in cui la specie aliena si trova talmente bene, con tante risorse e senza predatori naturali, che riesce ad espandersi a macchia d’olio, soppiantando le specie autoctone e talvolta portandole all’estinzione. Questa è quella che viene definita una specie aliena invasiva.
Queste piante hanno poi aggredito i margini boschivi, propagandosi sulle alberature fino a raggiungere le chiome, e finendo così per soffocarle (scheda N11). In queste zone “intermedie” (tra la zona boschiva e quella agricola abbandonata) si è percepita in passato una forte perdita di biodiversità, processo che la rigenerazione ha inteso invertire.

| Azione | Piantumazione diffusa di siepi e piante mellifere gli impollinatori domestici del Villaggio delle api gli impollinatori solitari e i bee hotels |
All’inizio della rigenerazione, nelle zone di margine fra bosco ed ex zone agricole, non sembrava esistere altro che infestanti e alberature morte. Interventi continui di rigenerazione, puntuali ma diffusi, e sempre manuali non invasivi, hanno invece fatto riemergere nella prima fascia boschiva molte matricine di specie forestali endemiche, che nel giro di un lustro sono divenute alberelli.
- Specie vegetali da frutto e piante mellifere
Ridotta quindi di molto (ma in parte salvaguardata) la presenza di rovo, edera e vitalba, abbiamo scelto di ricreare questa area di transizione in forma di “Giardino boscato” (tipologia di giardino in cui si cerca di avviare la struttura di un bosco, creando un ambiente naturale e selvaggio all’interno di un giardino. Si tratta di un’area in cui alberi, arbusti e altre piante selvatiche sono piantati in modo da creare un ambiente simile a un bosco, con la possibilità di includere elementi come sentieri, radure e zone più ombrose). Nel tempo, con il crescere degli alberelli e il naturale arricchimento del sottosuolo, il “Giardino boscato” è destinato a diventare una vera e propria estensione dell’attuale zona boschiva.


Via via che dal bosco ci si avvicina ai frutteti della zona agricola si è scelto di cambiare la tipologia di alberi a favore di una “Food Forest” (zona in cui sono presenti specie vegetali che producono frutti edibili per la comunità di animali che popola la valle e per le persone. Una Food Forest non richiede interventi continui come siamo abituati a fare in un frutteto tradizionale. Si cerca di limitare il lavoro dell’uomo per non alterare troppo gli equilibri naturali. La manutenzione intesa come potature, trattamenti, interventi continui, non fa parte del concetto di Food Forest). La Food Forest che è stata creata è composta dalle seguenti specie arboree: il gelso, il ciliegio, il sorbo, il fico, il nocciolo, il noce e il castagno. Tale scelta è stata fatta per coprire il più possibile il consumo stagionale degli animali.

Lungo i margini della parte iniziale di sentieristica presente in zona (Sentiero Natura Bosco di Busseto), sono state avviate allo sviluppo siepi mellifere.

Ai piedi del “Giardino boscato” e della “Food forest” viene adottato lo sfalcio selettivo del prato (pratica che permette da un lato la realizzazione di sentieri e aree calpestabili, dall’altro garantisce la conservazione e la tutela della biodiversità), sfalciato solo a fine autunno, ospita fioriture mellifere alimentate anno dopo anno dal lancio di “bombette di semi” (semi melliferi impastati in argilla), fatto dalle scuole di infanzia che partecipano alla Comunità Educante del Buongoverno (didattica outdoor sulle tematiche della sostenibilità praticata e della transizione ecologica).

Tutto ciò è funzionale alla presenza di varie specie di impollinatori, da quelli “domestici” del “Villaggio delle api”, a quelli “selvatici” dei “bee hotels” (gli insetti impollinatori garantiscono la produzione di molte colture agricole, con un valore stimato a livello globale in 235-577 miliardi di dollari ogni anno).
- “Villaggio delle api”
Una vera e propria casetta in cui è documentato il mondo dell’ape domestica (vita, prodotti, etc), con la presenza di arnie classiche e di un’arnia didattica (dove si può vedere l’interno) e nel tempo si spera di poter attivare alcuni servizi di apiterapia (scheda S42, voce b). Le arnie sono quindi pensate per uso multifunzionale: produttivo (il “miele del Buongoverno” o “delle Mura”), educativo (didattica outdoor per la CE del Buongoverno), salutistico (servizi di apiterapia come api-sound, pollino terapia, etc).


- I “bee hotels” sono piccole strutture per lo svernamento di varie specie di insetti impollinatori (quindi non solo le api solitarie) dislocate in tutta la valle.

Gli effetti dei primi tentativi di sviluppo degli impollinatori non hanno tardato a farsi vedere. Già prima della definitiva attivazione del “Villaggio delle api”, la valle è divenuta particolarmente attrattiva per gli imenotteri provenienti dalle zone circostanti che frequentano le abbondanti fioriture. Molto comune la presenza di sciami che poi si vanno ad organizzare nelle cavità di alberature morte o negli interstizi delle vicine Mura.
La biodiversità è in evidente ripresa.
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