| Codice scheda | S11 |
| Tema | Servizi |
| Risorsa | Mobilità |
| Obiettivo | Connessioni periurbane “dolci” |
| Problema | Modal split squilibrato e insostenibile |

La connessione tra il centro urbanizzato e l’area di campagna limitrofa è da sempre attestata nel paesaggio storico di Siena, come dimostrato dall’affresco di Ambrogio Lorenzetti presente a Palazzo Pubblico.
Già dal XIII secolo, le valli della città erano ambienti molto frequentati grazie alla presenza delle fonti: l’acqua della fonte allora era essenziale per la vita di tutti i giorni.

La connessione con la parte di città situata entro le mura era garantita dalla presenza di un numero maggiore di porte, molte delle quali sono ad oggi murate per una serie di motivi: il sostentamento alimentare della città non deriva più dalla produzione agricola all’interno delle valli verdi e del periurbano senese; l’approvvigionamento di acqua dalle fonti monumentali per i vari usi (abbeveramento bestiame, lavaggio panni e usi domestici) non è più necessario da quando è stato realizzato l’acquedotto; il tipo di sicurezza per l’ingresso alla città è definitivamente cambiato con l’avvento della Prima Guerra Mondiale.
Molte porte, un tempo utilizzate come accesso alla città, dunque, sono state murate o sono del tutto sconosciute perché semplicemente “non portano da nessuna parte”.

Il ripensamento delle connessioni verdi con il centro storico della città deve, quindi, necessariamente partire da un’approfondita analisi e riscoperta di quelli che erano i percorsi utilizzati durante i secoli passati.
Il modal-split (la percentuale di utilizzo delle diverse tipologie dei mezzi di trasporto) della mobilità senese, rispetto al passato in cui si attraversavano le porte della città soltanto a piedi o su un animale da soma (cavalli, muli, asini, buoi) è cambiato drasticamente e va sicuramente riequilibrato.
Siena è una città in cui la mobilità “dolce” è quasi del tutto assente, e non basta un TPL (trasporto pubblico locale) eccellente, ma comunque abbondantemente sovvenzionato (e quindi nel tempo fatalmente destinato a ridursi), per potersi dichiarare “sostenibili”. È indubbio che la città complessivamente non abbia una morfologia che agevola l’uso della bicicletta, ma proprio per questo i pochi tragitti idonei devono ospitare ciclopedonali “utili” (frequentate quotidianamente, anche per spostamenti di lavoro) e “vere” (in carreggiata propria o protetta).
La realizzazione di ciclopedonali all’interno di alcune valli verdi della città darebbe, inoltre, ai cicloturisti la possibilità di accedere alla città tramite la connessione con tracciati già affermati come la Via Francigena (nel 2024 l’84% dei pellegrini ha percorso la Via Francigena in bicicletta e il 13% in bicicletta), la Via Lauretana e la Chiantigiana.
(cartina piste ciclabili valli: schema delle 3 valli (valle dell’ Orto De’ Pecci, valle di Ravacciano e valle di Fontebranda) dove conviene innestare una mobilità utile)
Lo sviluppo di questi percorsi stimolerebbe, dunque, i cittadini all’utilizzo della bicicletta come mezzo di trasporto alternativo e intercetterebbe un numero crescente di cicloturisti (secondo il quinto rapporto “Viaggiare in bici” l’aumento percentuale dei cicloturisti in Italia nel 2024 è del 54% rispetto all’anno precedente, per un totale di 89 milioni di presenze, con un impatto economico stimato in 9,8 miliardi di euro.
I cicloturisti nel nostro Paese rappresentano il 10% sul totale dei turisti e, tra questi, il 44,6% indicano la ricchezza del patrimonio artistico e culturale come principale motivazione di scelta della destinazione da raggiungere. Segue un 33,1% che sceglie in base alla facilità di raggiungimento e un 30,7% che invece si muove alla ricerca di momenti di relax).
Anche il rapporto fra turismo “mordi e fuggi” di massa per il quale i turisti si fermano poco in città e per periodi definiti (andando a congestionare il centro storico) e quello “dell’andar lento” (tipologia di turismo che privilegia la qualità dell’esperienza rispetto alla quantità, promuovendo la scoperta autentica dei luoghi, della cultura e delle tradizioni locali) va riequilibrato a Siena, magari aprendosi al cicloturismo (a cui solo recentemente è stato permesso di avvicinarsi al centro storico).
| Azione | Connessioni verdi centro/periferia e luoghi di studio/lavoro e acquisto/luoghi di residenza |
Siena è caratterizzata dal suo sviluppo urbano che si è evoluto pressoché esclusivamente lungo i crinali collinari: la “periferia” senese ha avuto uno sviluppo non “anulare”, a chiusura del centro storico in una sorta di abbraccio come nella maggior parte delle altre città, ma “satellitare”, privilegiando lo sviluppo solamente sui crinali esterni alle mura storiche cittadine. Di conseguenza le valli verdi urbane senesi sono una sorta di estensione dell’aperta campagna verso il centro storico, poiché in ciò interrotte solo dall’attraversamento della prima e seconda circonvallazione viaria.
Questo sviluppo urbano è dovuto al sapiente lavoro dell’urbanista Luigi Piccinato durante gli Anni ’50 dello scorso secolo che ha portato all’approvazione del Piano Regolatore Generale Piccinato nel 1959.
Questo Piano è stato uno spartiacque nella storia di Siena in quanto ha definito l’inedificabilità delle valli verdi della città, tutelando i polmoni verdi della città dalla volontà di espandere la città entro le mura. Ha dunque contribuito a salvare l’identità storica e paesaggistica della città custodendo, tra le altre cose, la forma di Siena a Y rovesciato e ha favorito la crescita della città oltre le mura.
Nell’insieme, il piano regolatore ha avuto un ruolo fondamentale per lo sviluppo della città e ha conservato a lungo una percezione positiva, non soltanto all’interno Siena, ma nella stessa urbanistica nazionale, in cui l’esempio senese viene citato come un grande laboratorio di sperimentazione innovativa.

PRG Piccinato del 1959: focus sulla zona a sud-est del centro storico di Siena
Le valli verdi urbane vanno sempre più assumendo un’importanza fondamentale per la nostra città: sono depositarie di memoria storica, di risorse primarie irriproducibili o scarsamente riproducibili, fondamentali dal punto di vista ecologico ed economico.

Bisogna dire che attualmente la parte intra-moenia delle valli è “motore economico e sociale” per molte contrade e, nella loro interezza, in un contesto di recupero diffuso della funzione agricola primaria, potranno svolgere un ruolo ben più rilevante nell’offerta di luoghi e servizi per salute e fruizione del tempo libero, ma anche per la mobilità “dolce” di cittadini ed ospiti.
La connessione verde di questa zona est della città, di gran lunga la più funzionale per la connessione centro/periferia, luoghi di lavoro/residenza e per il cicloturismo è stata al momento declassata da ciclopedonale a pedonale, per il fatto che alcune proprietà si sono opposte al passaggio o esproprio di una striscia di tre metri di terreno. Si è quindi volta l’attenzione verso la valle sud (valle di Valdimontone), con un percorso circa tre volte più lungo, meno funzionale per l’uso quotidiano, e con problematiche di attraversamento della cinta muraria ancora da risolvere.
I percorsi ad oggi in parte già attivati all’interno della valle di Ravacciano sono tre:

– il Sentiero Natura Bosco di Busseto, di tipo naturalistico, già va da via Peruzzi al Bosco di Busseto.
Ha funzioni salutistiche e didattico/educative, ma non connette nodi frequentati.

– il Percorso delle Acque e delle Fonti, multifunzionale (turistico/esperienziale, sportivo/salutistico e a servizio delle attività agricole e socio/culturali), al momento con progetto di fattibilità tecnico/economica, connetterà le due Fonti monumentali (Ovile e Follonica) con la scala mobile di S. Francesco, le Mura, le Fonti minori di valle e il ruscello, toccando tutte le emergenze medievali e si connetterà infine al Sentiero Natura Bosco di Busseto. Funzionale ad una dislocazione delle presenze turistiche ed alla fruizione sociale della valle, non risolve però l’interconnessione di nodi frequentati quali il centro storico e la zona artigianale/commerciale.

– la Ciclopedonale est, già progettata, finanziata e poi stralciata, potrebbe tornare in auge con sostanziali modifiche rispetto al percorso originario, sfruttando in buona parte (per un 70% circa) il Percorso delle Acque e delle Fonti, e, qualora ci fossero ripensamenti su quel 20% di consenso negato dalle proprietà nei tratti per i quali non c’è alternativa tecnica di attraversamento, interconnetterebbe in modalità dolce il centro storico con la zona artigianale/commerciale.
La realizzazione dei percorsi attivati all’interno della valle di Ravacciano è stata resa possibile grazie ad un intenso e costante lavoro svolto con l’obiettivo di riqualificare i boschi e gli ambienti naturali degradati.
| Codice scheda | N11 |
| Tema | Naturalità |
| Risorsa | Terreni |
| Obiettivo | Riqualificazione |
| Problema | Boschi e ambienti naturali degradati |
L’abbandono per oltre 40 anni di zone a matrice agricola limitrofe a boschi e ambienti naturali porta in genere al “riassorbimento” dei primi nei secondi. Quando però ciò accade in area periurbana, il naturale avanzamento del bosco non viene percepito in modo positivo, sia da parte delle proprietà (sempre speranzose in un cambio di destinazione d’uso a fini di sviluppo urbanistico) che delle amministrazioni comunali (che mal tollerano la presenza di rovi e piante invasive). Ne consegue determina dirigenziale con intimazione alle proprietà a “tenere puliti” i propri terreni. Accade così che il naturale processo di rimboschimento non riesca mai ad innestarsi, ma che viceversa, nelle aree marginali esposte alla luce, si sviluppi vegetazione infestante (vitalba, edera). Tali piante sono caratterizzate da una crescita orizzontale fin quando non trovano un sostegno dove aggrapparsi, tipicamente un albero che finiscono per aggredire. Accade così che i margini del bosco vengono distrutti per “soffocamento” delle singole piante. C’è quindi la necessità di rimuovere le infestanti e gestire uno spazio di transizione a protezione del bosco. Conviene farlo dando una funzione a tali spazi, e corredandoli da piantumazioni funzionali anche alla loro stabilizzazione.
| AZIONE | Per i Pendii boschivi: a) lotta infestanti e aliene b) creazione di spazi ecologici per le autoctone c) piantumazioni di completamento ai margini d) lotta al dissesto idrogeologico Per i margini della sentieristica storica: e) piantumazioni di matricine eradicate in loco |
a) Le piante infestanti delle valli verdi senesi sono la vitalba e l’edera, e con loro il rovo che, sviluppandosi con esse in una sorta di “alleanza”, riesce a raggiungere altezze record di oltre 20 metri e diametro di ben 4 cm. La vitalba e l’edera “soffocano” le piante autoctone, che sono costrette a crescere solo verso l’alto, finendo poi per squilibrarsi e cadere. La loro rimozione è molto impegnativa, in quanto, per non rovinare del tutto le alberature assalite, vanno tagliate alla base, e non rimosse in vita (altrimenti c’è il rischio di rovinare la corteccia dell’”ospite”). Accade però che più in basso si trovi il rovo più denso e che anch’esso non si possa facilmente rimuovere meccanicamente, poiché costantemente “avvinghiato” alle altre due infestanti, specialmente alla vitalba. La scelta di rimuovere manualmente le infestanti è stata quindi molto impegnativa, ma ha salvato varie piante e permesso alle matricine di vedere la luce. Il bosco è oggi completamente rigenerato, in quantità e qualità. Si è deciso comunque di lasciare l’edera nelle alberature oramai soffocate, ed il rovo basso a siepe. La vitalba invece viene costantemente rimossa. Diverso è il discorso delle piante aliene, che si presentano in special modo nelle aree marginali, lungo strade e fossi. Sono la robinia, che abbiamo deciso solo di contenere, e l’ailanto, che invece verrà rimosso totalmente perché altrimenti si diffonde troppo velocemente.

Il contenimento della robinia si ottiene facilmente, riducendola e affiancandole vegetazione autoctona. L’ailanto invece non soffre affatto della vicinanza di altre piante ed anzi tende a sopraffarle riproducendosi per tre diverse forme (seme, talea e risalita dell’apparato radicale). Crea una sorta di reticolato continuo nel terreno che poi diventa impossibile rimuovere. Ogni pezzo anche molto piccolo della pianta tagliata va asportato fuori zona, poiché una volta a terra radica con molta facilità. Il taglio netto della pianta scatena la propagazione per risalita dell’apparato radicale, cosicché da una pianta se ne creano a decine. La rimozione dell’ailanto costituisce quindi un grosso problema, che serve affrontare con tecniche particolari. Il nostro tentativo, guidato da un istituto chimico locale, ha dimostrato che per avere un risultato definitivo (eradicazione della pianta) occorrono interventi annuali.
La scelta è stata di usare componenti chimiche che terminano la loro azione nell’apparato radicale di queste piante. Visto, però, quanto già detto sulla velocità di propagazione, ci siamo resi conto che non si possono ottenere risultati definitivi prima dei 3 anni.

b) Rimosse le infestanti (vitalba, parte dell’edera e dei rovi) le zone liberate divengono spazio ecologico per le autoctone, che rivedono la luce e ripropongono proprie matricine. Rovo e vitalba sono però sempre in agguato, e quindi la scelta è stata di impedirne la ricrescita creando e gestendo un sentiero al limite del bosco (parte terminale del Sentiero Natura Bosco di Busseto).

c) Sui margini delle aree ex agricole più aperte di valle, in origine totalmente dominati dal rovo, siamo potuti intervenire con mezzi meccanici. La scelta è stata poi di fare piantumazioni di rinfoltimento/completamento, essendo troppo poco densa la vegetazione autoctona sopravvissuta per riconnettersi al bosco. Questa zona, che è stata denominata “Giardino boscato”, consiste adesso in specie forestali molto giovani sparse in un prato naturale con fioriture mellifere (per alimentare il vicino “Villaggio delle api”) ma si avvia per i prossimi decenni a divenire bosco, contiguo a quello originario dei pendii.
(scheda N14)

d) Le valli verdi di Siena, con la loro morfologia collinare e i corsi d’acqua, possono essere vulnerabili a fenomeni come frane, alluvioni ed erosione del suolo, soprattutto in concomitanza con eventi meteorologici intensi.

Qualche anno fa, ad esempio, nei pressi della valle di Ravacciano, erano presenti zone degradate di pendio in frana, lungo la strada e sottostanti alle ultime costruzioni di crinale per l’accoglienza turistica. Le prime, che avevano portato anche allo sgretolamento dell’asfalto in banchina, sono state risolte con palificazioni sul ciglio di strada e sottostanti piantumazioni; le seconde sono state messe sotto controllo regimando le acque bianche.
e) Durante la rigenerazione della sentieristica storica, inoltre, ci si è posto il problema di cosa fare per arginare il rovo ai suoi margini. Poiché i tentativi di contenimento risultavano troppo assidui, si è deciso di rimuovere il rovo e sostituirlo con matricine prelevate in loco da aree in cui il loro sviluppo sarebbe stato limitato dalla troppa competizione.
Queste azioni di eradicazione/piantumazione vengono svolte prima che le matricine rientrino nella loro fase vegetativa (seconda metà di febbraio).

No comments.